Per ogni successo il suo manuale?
In molti continuano a credere che avere successo, oggigiorno, sia tanto facile come passare dal giornalaio sotto casa. Tu, come ogni persona dotata di un sano senso comune, sei di certo in grado di riconoscere la palese insensatezza di una simile credenza. Eppure ti basta gettare un’occhiata alle pubblicazioni esposte nella tua edicola preferita per renderti conto di come tale assurdità goda di un vastissimo consenso. Non esiste ambito delle attività umane per cui non sia previsto il rispettivo manuale. Non vi sono arti, mestieri, astuzie, attitudini e capacità che non possono essere spiegate e imparate. Ognuno può scegliere, e comprare, il genio che vuole diventare. Sei nato sordo alla musica come una campana? Non importa. Vi sono manuali a bizzeffe che ti insegnano come suonare il clarinetto o la cornamusa da lasciare di stucco amici e conoscenti. La tua nuova fidanzata è una perfetta nuotatrice e tu che non vuoi esserle da meno anche se temi l’acqua come la peste? Non ti preoccupare, scegli il manuale del perfetto nuotatore e, se smetti di fumare, tra tre settimane sei quasi pronto per le olimpiadi. Davanti al capo ti si annebbiano immancabilmente i pensieri, cominci penosamente a balbettare, e rinunci già in partenza al bel discorso che ti sei preparato con tanta cura? Niente paura, puoi scegliere tra una moltitudine di manuali sull’arte del convincere e in un baleno non c’è più nessuna tua affermazione che non sollevi il suo entusiastico consenso. La scia di profumo sulle scale lasciata dalla bella vicina di casa ti sconvolge ogni mattina inutilmente il quadro ormonale? Cosa aspetti a comprare il manuale del perfetto seduttore? Naturalmente anche il problema dei problemi - come far soldi - può trovare la più ovvia, la più semplice, delle soluzioni: non c’è che l’imbarazzo della scelta tra un manuale che ti insegna a vincere al Lotto, uno che ti rivela i segreti dell’alta finanza e un altro che ti spiega come da misero lustrascarpe, con un po’ di iniziativa e di fantasia, si possa diventare l’uomo più ricco e potente del mondo. Può la nostra edicola trascurare chi ha desideri meno venali? Ovviamente no. Più in alto, sopra le pubblicazioni porno, accanto alle riviste di numismatica, si possono trovare manuali di mistica e di dottrine esoteriche che ti fanno conoscere quanti vantaggi per il tuo equilibrio interiore, per la tua serenità mentale, e, perché no, per la tua vita dopo la morte (non si sa mai) rappresentino il buddismo o l’induismo, il taoismo o il sabeismo.
I manuali sono perfetti. Ma chi li usa?
Per rendersi conto di come le speranze degli acquirenti di manuali siano destinate a rimanere ben presto deluse, non occorre certo un’accurata indagine statistica. Basta il senso comune. I manuali stessi, del resto, ne sono la prova. Fosse così facile portare a cena la vicina conturbante o diventare l’uomo più ricco e potente della terra, saremmo tutti più felici e, di manuali, non ce ne sarebbe nemmeno bisogno. Se vengono ancora scritti e comprati è perché la realtà continua a deludere i nostri aneliti più intimi e le nostre ambizioni più nascoste, nonostante tutti gli insegnamenti in nostro aiuto. L’insanabile scarto tra le nostre aspirazioni e realtà fa sì che il numero delle cose che vorremmo fare continua a essere notevolmente superiore al numero di cose che siamo in grado di fare (Non sarà che i manuali fanno apposta a deluderci affinché la quantità dei nostri desideri, e dei nostri manuali, diventi sempre più esorbitante?).
Eppure il difficile è capire cosa c’è di sbagliato. Loro, i manuali, sono perfetti. Le spiegazioni sono generalmente chiarissime. È sufficiente memorizzarle bene. Ogni sera, prima di andare a letto, un’oretta di esercizio, sottratta alla solita noia televisiva, potrebbe essere la chiave per aprirti le porte del successo. Eppure la memoria non è tutto. Occorre qualcos’altro. La scelta del momento giusto, per esempio.
Come si fa a dire e a fare le cose al momento opportuno?
In realtà è proprio questo il primo problema: come si fa a dire e a fare le cose al momento opportuno? Il discorso che fa capire al principale quanto tu sia perspicace è inutile che ti sovvenga alla perfezione un minuto prima di entrare nel suo ufficio, alla toilette dove fai per la terza volta pipì in dieci minuti per via dalla tensione nervosa. È quando sei lì davanti alla sua immensa scrivania, che devi dire le cose giuste. Né prima, né dopo. Anche il motto di spirito che dovrebbe togliere ogni dubbio alla tua vicina sulla tua esuberanza e sul tuo fascino, è inutile che tu lo dica quando lei ti ha già salutato da tempo con la solita aria indifferente ed è già chiusa nella sua Y10.
Il vero problema non è dunque semplicemente sapere cosa dire, ma dire le cose quando la necessità è impellente, proprio quando l’interlocutore è lì presente e sta ad ascoltarti. Bella forza che i manuali sono perfetti! Chi li scrive ha tutto il tempo di pensare alle parole giuste, di cambiare quelle che, dopo un solo secondo di riflessione, testimoniano più goffaggine e insipienza che, come di solito si desidera, il loro contrario. E poi è seduto da solo e tranquillo alla sua scrivania e il suo polso batte regolarmente. Ma chi ha a disposizione solo i pochi attimi di uno sguardo distratto? Chi è intontito dal battito selvaggio e incontrollabile del cuore? I manuali dovrebbero insegnare dunque non solo cosa dire o fare, ma anche ad avere la freddezza necessaria per saper cogliere al volo l’opportunità fugace. Possono farlo? Evidentemente no, considerato il loro successo.
Cesare Giacobazzi
ESSERE PER AVERE - La letteratura per capire e per fare
martedì 12 luglio 2011
mercoledì 29 giugno 2011
Cosa serve l’amore? E la letteratura?
Se è vero, come è vero, che l’amore rende l’innamorato capace di far meglio ogni cosa, allora anche la letteratura serve a migliore se stessi al fine di fare meglio ogni cosa. La risposta alla domanda relativa all’utilità della letteratura è dunque molto semplice: la letteratura non insegna a far nulla di particolare ma induce a migliorarsi in tutto ciò che si sta facendo.
Le analogie, tuttavia, non si fermano qui. Come l’amore, infatti, la felicità di leggere è una sorta di miracolo che può accadere a tutti e a nessuno è preclusa la possibilità di viverla e di trarne forze e benefici. Però, come ogni evento miracoloso, non può essere programmabile e nemmeno la si può ottenere ad ogni costo e ad ogni prezzo. La letteratura, infine, come l’amore, non cambia il mondo, non lo libera dalle sue brutture, ma cambia gli occhi e lo sguardo del lettore. Ogni cosa, anche la più triste e la più dolorosa, può tramutarsi in consolazione e sollievo, può rendere più forti e coscienti di sé, se la si vive con la consapevolezza vitale e positiva che danno la gioia e l’impegno di leggere.
I post che seguiranno non sono dunque pensati né per coloro che credono che per imparare a leggere basti l’esercizio e l’applicazione, né per quelli che considerano il saper leggere una capacità innata. Non è rivolto nemmeno a quegli ingenui che dalla lettura si aspettano solo rose e fiori. Ma men che meno agli scettici che nell’esperienza letteraria vedono solo sofferenza o noia. La letteratura richiede, come abbiamo visto, la disponibilità a compiere esercizi da equilibrista, a cercare ininterrottamente un precario ma eccitante equilibrio tra due baratri contrapposti ma altrettanto mortali: tra il baratro dell’illusione e quello dello scetticismo, tra quello della fantasia irresponsabile e quello della più piatta banalità, tra quello del sogno senza vita e quello della vita senza sogni.
La letteratura infatti, esattamente come l’amore, presuppone, e nello stesso tempo permette di esercitare, l’arte di convivere tra forze apparentemente in contrapposizione tra loro: la libertà e la costrizione, l’istinto e le regole, la vita e il gioco, la conoscenza e l’illusione, il piacere e la sofferenza. L’utilità di tali esercizi è racchiusa nelle possibilità che solo la letteratura può fornire: quella di fare imparare le “arti” che nessuna scienza e nessun metodo potranno mai insegnare, quella di fare acquisire le abilità il cui apprendimento non potrà mai avvenire attraverso un manuale, quella di fornire quella formazione che nessun educatore potrà mai impartire dall’alto.
Le analogie, tuttavia, non si fermano qui. Come l’amore, infatti, la felicità di leggere è una sorta di miracolo che può accadere a tutti e a nessuno è preclusa la possibilità di viverla e di trarne forze e benefici. Però, come ogni evento miracoloso, non può essere programmabile e nemmeno la si può ottenere ad ogni costo e ad ogni prezzo. La letteratura, infine, come l’amore, non cambia il mondo, non lo libera dalle sue brutture, ma cambia gli occhi e lo sguardo del lettore. Ogni cosa, anche la più triste e la più dolorosa, può tramutarsi in consolazione e sollievo, può rendere più forti e coscienti di sé, se la si vive con la consapevolezza vitale e positiva che danno la gioia e l’impegno di leggere.
I post che seguiranno non sono dunque pensati né per coloro che credono che per imparare a leggere basti l’esercizio e l’applicazione, né per quelli che considerano il saper leggere una capacità innata. Non è rivolto nemmeno a quegli ingenui che dalla lettura si aspettano solo rose e fiori. Ma men che meno agli scettici che nell’esperienza letteraria vedono solo sofferenza o noia. La letteratura richiede, come abbiamo visto, la disponibilità a compiere esercizi da equilibrista, a cercare ininterrottamente un precario ma eccitante equilibrio tra due baratri contrapposti ma altrettanto mortali: tra il baratro dell’illusione e quello dello scetticismo, tra quello della fantasia irresponsabile e quello della più piatta banalità, tra quello del sogno senza vita e quello della vita senza sogni.
La letteratura infatti, esattamente come l’amore, presuppone, e nello stesso tempo permette di esercitare, l’arte di convivere tra forze apparentemente in contrapposizione tra loro: la libertà e la costrizione, l’istinto e le regole, la vita e il gioco, la conoscenza e l’illusione, il piacere e la sofferenza. L’utilità di tali esercizi è racchiusa nelle possibilità che solo la letteratura può fornire: quella di fare imparare le “arti” che nessuna scienza e nessun metodo potranno mai insegnare, quella di fare acquisire le abilità il cui apprendimento non potrà mai avvenire attraverso un manuale, quella di fornire quella formazione che nessun educatore potrà mai impartire dall’alto.
lunedì 20 giugno 2011
L'istinto e le regole
L'istinto e le regole 2
Dalla padella...
Il credere di non essere soggetti al alcun vincolo, a nessuna norma e a nessuna idea che ci condizioni, è una di forma di illusione molto comune e nessuno di noi, lo voglia o no, ne è completamente immune. La sua larga diffusione dipende dalla natura eccezionalmente subdola che la caratterizza. Proprio quando crediamo di esserci finalmente emanciparti da un condizionamento allentiamo le nostre difese e ci rendiamo particolarmente inclini a soggiacere ad una nuova forma di prevaricazione. Non occorre citare i casi estremi e clamorosi di molti convertiti a una religione o a una nuova ideologia. In questi casi risulta molto evidente come la soddisfazione di sentirsi liberi da vecchie credenze renda particolarmente ottusi, come, in altre parole, l’attenzione esclusiva agli errori del passato abbia come deleteria conseguenza l’inettitudine a riconoscere le incoerenze e le sviste del presente.
A coloro che passano da una relazione sentimentale all’altra, da un matrimonio all’altro, viene generalmente offerta l’opportunità di rendersi conto dei propri errori e, alla fine di ogni nuovo innamoramento, quella ben più importante di scoprire l’impossibilità di sottrarsi al confronto con un partner dalla forma mentale e dal modo di vivere parzialmente o totalmente diversi da loro. Nella grande maggioranza dei casi però, curiosamente, queste opportunità non vengono colte. Purtroppo, nonostante sia molto precoce la dolorosissima scoperta di come fosse illusoria la loro certezza di non doversi più misurare opinioni e norme di comportamento stravaganti e ostinate, i più tendono a perdersi costantemente nell’illusione di aver finalmente incontrato il partner giusto, il partner che garantisce la più incontaminata libertà, spontaneità e autenticità. Ogni volta, purtroppo, che ci si libera da regole e da persone fastidiose non si finisce in un paradiso terrestre in cui è assente ogni legge e ogni confronto con chi vuole imporci forme diverse di vita da quelle che riteniamo come più adatte a noi. Allo stesso modo quando ci si libera di un romanzo opprimente che vuole imporci i suoi temi astrusi per leggere finalmente qualcosa senza tanti fronzoli e soprattutto di ben familiare, rischiamo di consegnarci a forme di apprendimento o di divertimento non meno invadenti e autoritarie. Crediamo di fare qualcosa di utile o di dilettevole solo perché non ci rendiamo conto della vacuità del nostro agire o ce ne accorgiamo quando ormai è troppo tardi e la mente non sa più mettersi in grado di volersi cambiare.
L’incontro e lo scontro
A ben guardare l’utopia di un mondo senza leggi e divieti dove ognuno vede nel prossimo un altro se stesso, rappresenterebbe, ammesso che potesse mai realizzarsi, una vera sciagura. Le regole, infatti, non sono affatto, come ingenuamente si è portati a credere, una forma di limitazione della libertà, ma sono al contrario proprio il presupposto fondamentale di ogni scelta libera e consapevole. Dove tutto è permesso manca la possibilità di scegliere e di capire ciò che effettivamente si vuole. L’abolizione di qualsiasi legge comporta inevitabilmente anche l’abolizione della libertà di trasgredire. Non esiste, infatti, una forma di autoaffermazione più convincente di quella di dire no a qualcuno, di quella che ci porta a infrangere le regole e le norme di comportamento comunemente accettate.
Allo stesso modo un mondo di soli fratelli dove ognuno si comporta esattamente come si comporterebbe l’altro, sarebbe l’assoluta negazione dell’individualità, della spontaneità, della consapevolezza di sé. D’altronde proprio una società fraterna che disconosce differenze e contrapposizioni non può non far sorgere più viva e cruenta che mai la volontà di manifestare una personalità e una visione del mondo diverse da tutte le altre. Non è un caso se le lotte più virulente avvengono tra compagni di partito, se i crimini più atroci sono quelli fratricidi.
Tuttavia anche il conflitto permanente, sia con le leggi che con gli altri, non può evidentemente diventare una forma di dogma e garantire, per così dire per legge, la certezza di trovare e manifestare spontaneamente la propria originale personalità. Se, infatti, solo la legge è garanzia della possibilità di infrangerla, anche la pacificazione è garanzia di ulteriori conflitti: come si possono rompere patti in nome della propria libertà, di un principio dunque loro superiore, se questi non sono mai stati allacciati? Con chi si può litigare se non con qualcuno col quale per qualche tempo si è riusciti ad andare d’accordo?
Ogni volta che chiudiamo una discussione o un libro denunciando una presunta incapacità all’interlocutore di farsi comprendere, compiamo un gesto ricco di implicazioni e di effetti sulla nostra vita. Evitando cioè sia il confronto con le nostre inconsapevoli strutture mentali sia lo scontro con quelle altrui, ci precludiamo sia la possibilità di far vincere le nostre ragioni sia quella ben più stimolante di trovarsi d’accordo su nuovi e più interessanti modi di pensare e di esistere.
Dalla padella...
Il credere di non essere soggetti al alcun vincolo, a nessuna norma e a nessuna idea che ci condizioni, è una di forma di illusione molto comune e nessuno di noi, lo voglia o no, ne è completamente immune. La sua larga diffusione dipende dalla natura eccezionalmente subdola che la caratterizza. Proprio quando crediamo di esserci finalmente emanciparti da un condizionamento allentiamo le nostre difese e ci rendiamo particolarmente inclini a soggiacere ad una nuova forma di prevaricazione. Non occorre citare i casi estremi e clamorosi di molti convertiti a una religione o a una nuova ideologia. In questi casi risulta molto evidente come la soddisfazione di sentirsi liberi da vecchie credenze renda particolarmente ottusi, come, in altre parole, l’attenzione esclusiva agli errori del passato abbia come deleteria conseguenza l’inettitudine a riconoscere le incoerenze e le sviste del presente.
A coloro che passano da una relazione sentimentale all’altra, da un matrimonio all’altro, viene generalmente offerta l’opportunità di rendersi conto dei propri errori e, alla fine di ogni nuovo innamoramento, quella ben più importante di scoprire l’impossibilità di sottrarsi al confronto con un partner dalla forma mentale e dal modo di vivere parzialmente o totalmente diversi da loro. Nella grande maggioranza dei casi però, curiosamente, queste opportunità non vengono colte. Purtroppo, nonostante sia molto precoce la dolorosissima scoperta di come fosse illusoria la loro certezza di non doversi più misurare opinioni e norme di comportamento stravaganti e ostinate, i più tendono a perdersi costantemente nell’illusione di aver finalmente incontrato il partner giusto, il partner che garantisce la più incontaminata libertà, spontaneità e autenticità. Ogni volta, purtroppo, che ci si libera da regole e da persone fastidiose non si finisce in un paradiso terrestre in cui è assente ogni legge e ogni confronto con chi vuole imporci forme diverse di vita da quelle che riteniamo come più adatte a noi. Allo stesso modo quando ci si libera di un romanzo opprimente che vuole imporci i suoi temi astrusi per leggere finalmente qualcosa senza tanti fronzoli e soprattutto di ben familiare, rischiamo di consegnarci a forme di apprendimento o di divertimento non meno invadenti e autoritarie. Crediamo di fare qualcosa di utile o di dilettevole solo perché non ci rendiamo conto della vacuità del nostro agire o ce ne accorgiamo quando ormai è troppo tardi e la mente non sa più mettersi in grado di volersi cambiare.
L’incontro e lo scontro
A ben guardare l’utopia di un mondo senza leggi e divieti dove ognuno vede nel prossimo un altro se stesso, rappresenterebbe, ammesso che potesse mai realizzarsi, una vera sciagura. Le regole, infatti, non sono affatto, come ingenuamente si è portati a credere, una forma di limitazione della libertà, ma sono al contrario proprio il presupposto fondamentale di ogni scelta libera e consapevole. Dove tutto è permesso manca la possibilità di scegliere e di capire ciò che effettivamente si vuole. L’abolizione di qualsiasi legge comporta inevitabilmente anche l’abolizione della libertà di trasgredire. Non esiste, infatti, una forma di autoaffermazione più convincente di quella di dire no a qualcuno, di quella che ci porta a infrangere le regole e le norme di comportamento comunemente accettate.
Allo stesso modo un mondo di soli fratelli dove ognuno si comporta esattamente come si comporterebbe l’altro, sarebbe l’assoluta negazione dell’individualità, della spontaneità, della consapevolezza di sé. D’altronde proprio una società fraterna che disconosce differenze e contrapposizioni non può non far sorgere più viva e cruenta che mai la volontà di manifestare una personalità e una visione del mondo diverse da tutte le altre. Non è un caso se le lotte più virulente avvengono tra compagni di partito, se i crimini più atroci sono quelli fratricidi.
Tuttavia anche il conflitto permanente, sia con le leggi che con gli altri, non può evidentemente diventare una forma di dogma e garantire, per così dire per legge, la certezza di trovare e manifestare spontaneamente la propria originale personalità. Se, infatti, solo la legge è garanzia della possibilità di infrangerla, anche la pacificazione è garanzia di ulteriori conflitti: come si possono rompere patti in nome della propria libertà, di un principio dunque loro superiore, se questi non sono mai stati allacciati? Con chi si può litigare se non con qualcuno col quale per qualche tempo si è riusciti ad andare d’accordo?
Ogni volta che chiudiamo una discussione o un libro denunciando una presunta incapacità all’interlocutore di farsi comprendere, compiamo un gesto ricco di implicazioni e di effetti sulla nostra vita. Evitando cioè sia il confronto con le nostre inconsapevoli strutture mentali sia lo scontro con quelle altrui, ci precludiamo sia la possibilità di far vincere le nostre ragioni sia quella ben più stimolante di trovarsi d’accordo su nuovi e più interessanti modi di pensare e di esistere.
sabato 28 maggio 2011
L’istinto e le regole
L’istinto e le regole 1
L’illusione di essere se stessi
Uno dei tanti segnali che testimoniano di come una discussione abbia contraddetto l’ostentato intento di capirsi e di avvicinarsi tra i partner è la frase “io non ti capisco proprio”. Ciò che spinge uno o l’altro dei contendenti a pronunciarla non è, nella grande maggioranza dei casi, la rilevazione di un proprio limite cognitivo, la denuncia, in altre parole, della propria inadeguatezza interpretativa e della propria incapacità di comprendere l’altro (questa possibilità è evidentemente considerata solo per colui al quale ci si rivolge). Il presupposto da cui scaturisce risiede piuttosto nella ferrea convinzione che le azione e le opinioni dell’altro si generino da regole di comportamento inusitate e bizzarre e che, dunque, siano del tutto erronee e innaturali. L’intento che la anima, e che l’accompagna nelle sembianze di una comunicazione implicita, è quello di far capire all’altro la sua dipendenza da norme e da comportamenti che non hanno alcuna legittimità di esistere. Sarebbero come un deleterio fardello che il nostro compagno si ostina a portare con sé contro ogni logica e convenienza, che ne condizionano pesantemente l’esistenza e che lo rendono incapace di farsi comprendere e accettare. Alla convinzione che la vita e la mente dell’altro siano soggiogate a regole insensate o comunque oscure, si accompagna generalmente la convinzione di essere completamente libero da condizionamenti e dettami, e la fiducia nella propria capacità di far valere le ragioni cosiddette naturali del proprio istinto e della propria intelligenza.
Allo stesso modo, ogni volta che accompagniamo il gesto di chiudere in modo sprezzante un libro con la frase “ma qua non ci capisco niente”, non intendiamo affatto riconoscere, come sarebbe ovvio, un nostro deficit conoscitivo, per esempio la nostra incapacità di coglierne le regolarità e la logica, i riferimenti e le allusioni. In realtà ci permettiamo di emettere su di esso un giudizio di condanna: gli attribuiamo la colpa di essere astruso, incomprensibile, inutile. Ci appare come l’espressione di una costruzione al di fuori dal mondo, come un brandello di realtà senza né capo né coda, come un discorso caotico e insensato. In definitiva lo accusiamo di esistere senza alcuna ragione, ne disconosciamo la legittimità perché segue regole proprie, arbitrarie e, dunque, al di fuori della logica, o meglio dell’unica logica che riusciamo a concepire.
L’istinto e le regole 2
L’oppressione subdola dell’inconsapevolezza
In realtà il verdetto di condanna nei confronti del libro, o del partner, a non esistere si genera, ancora una volta, da una mancata riflessione su se stessi. Ci si identifica così radicalmente con ciò che si riesce a vedere e a capire da precludersi la possibilità di prenderne le distanze, di rendersi conto, in altre parole, come ognuno di noi, inevitabilmente, sia guidato da norme e da logiche altrettanto arbitrarie e per gli altri, presumibilmente, almeno altrettanto oscure. Si è così amorevolmente attaccati al proprio unico modo di pensare che ci si confonde con esso e non si riesce a distinguerne i contorni. Solamente da tale deficienza, da tale ristrettezza mentale, si genera la presunzione totalmente illusoria di poter essere se stessi, di poter difendere una propria ipotetica autenticità dall’influenza di norme superflue e astruse, di poter proclamare una presunta libertà nei confronti di ogni imposizione autoritaria e prevaricatrice. In realtà proprio le autorità che non si lasciano riconoscere sono le più insidiose e le più oppressive. Ogni volta, per esempio, che la nostra ignoranza si presenta nelle false e fraudolente sembianze di un niente innocuo e imparziale, riesce a imporre subdolamente le proprie norme, la propria volontà di perpetrasi all’infinito. L’inconsapevolezza riesce a imporre prepotentemente le sue ragioni solo nascondendosi dietro il ridicolo pretesto di non essere niente e, quindi di non potersi manifestare in atti e risultati.
Se essere ignorante significasse semplicemente avere la testa vuota, l’ignoranza non avrebbe poi effetti così deleteri, non sarebbe causa di tante ottusità e di tante prevaricazioni. Ogni lettura, ogni nuova conoscenza, potrebbe sì risultare effettivamente dannosa perché metterebbe in pericolo un ipotetico equilibrio naturale, la volontà istintiva, originale e dunque incontaminata e vera di ognuno di noi. Purtroppo l’ignorante ha la testa piena di idee inconsapevoli, di norme e principi mai verificati nella loro efficacia e nella loro origine. Ciò che lo rende pericolosamente inetto è proprio il suo pervicace rifiuto di rendersi conto dell’esistenza e degli effetti di abitudini mentali e di regolarità comportamentali il cui mutamento potrebbe produrre solo vantaggi.
L’illusione di essere se stessi
Uno dei tanti segnali che testimoniano di come una discussione abbia contraddetto l’ostentato intento di capirsi e di avvicinarsi tra i partner è la frase “io non ti capisco proprio”. Ciò che spinge uno o l’altro dei contendenti a pronunciarla non è, nella grande maggioranza dei casi, la rilevazione di un proprio limite cognitivo, la denuncia, in altre parole, della propria inadeguatezza interpretativa e della propria incapacità di comprendere l’altro (questa possibilità è evidentemente considerata solo per colui al quale ci si rivolge). Il presupposto da cui scaturisce risiede piuttosto nella ferrea convinzione che le azione e le opinioni dell’altro si generino da regole di comportamento inusitate e bizzarre e che, dunque, siano del tutto erronee e innaturali. L’intento che la anima, e che l’accompagna nelle sembianze di una comunicazione implicita, è quello di far capire all’altro la sua dipendenza da norme e da comportamenti che non hanno alcuna legittimità di esistere. Sarebbero come un deleterio fardello che il nostro compagno si ostina a portare con sé contro ogni logica e convenienza, che ne condizionano pesantemente l’esistenza e che lo rendono incapace di farsi comprendere e accettare. Alla convinzione che la vita e la mente dell’altro siano soggiogate a regole insensate o comunque oscure, si accompagna generalmente la convinzione di essere completamente libero da condizionamenti e dettami, e la fiducia nella propria capacità di far valere le ragioni cosiddette naturali del proprio istinto e della propria intelligenza.
Allo stesso modo, ogni volta che accompagniamo il gesto di chiudere in modo sprezzante un libro con la frase “ma qua non ci capisco niente”, non intendiamo affatto riconoscere, come sarebbe ovvio, un nostro deficit conoscitivo, per esempio la nostra incapacità di coglierne le regolarità e la logica, i riferimenti e le allusioni. In realtà ci permettiamo di emettere su di esso un giudizio di condanna: gli attribuiamo la colpa di essere astruso, incomprensibile, inutile. Ci appare come l’espressione di una costruzione al di fuori dal mondo, come un brandello di realtà senza né capo né coda, come un discorso caotico e insensato. In definitiva lo accusiamo di esistere senza alcuna ragione, ne disconosciamo la legittimità perché segue regole proprie, arbitrarie e, dunque, al di fuori della logica, o meglio dell’unica logica che riusciamo a concepire.
L’istinto e le regole 2
L’oppressione subdola dell’inconsapevolezza
In realtà il verdetto di condanna nei confronti del libro, o del partner, a non esistere si genera, ancora una volta, da una mancata riflessione su se stessi. Ci si identifica così radicalmente con ciò che si riesce a vedere e a capire da precludersi la possibilità di prenderne le distanze, di rendersi conto, in altre parole, come ognuno di noi, inevitabilmente, sia guidato da norme e da logiche altrettanto arbitrarie e per gli altri, presumibilmente, almeno altrettanto oscure. Si è così amorevolmente attaccati al proprio unico modo di pensare che ci si confonde con esso e non si riesce a distinguerne i contorni. Solamente da tale deficienza, da tale ristrettezza mentale, si genera la presunzione totalmente illusoria di poter essere se stessi, di poter difendere una propria ipotetica autenticità dall’influenza di norme superflue e astruse, di poter proclamare una presunta libertà nei confronti di ogni imposizione autoritaria e prevaricatrice. In realtà proprio le autorità che non si lasciano riconoscere sono le più insidiose e le più oppressive. Ogni volta, per esempio, che la nostra ignoranza si presenta nelle false e fraudolente sembianze di un niente innocuo e imparziale, riesce a imporre subdolamente le proprie norme, la propria volontà di perpetrasi all’infinito. L’inconsapevolezza riesce a imporre prepotentemente le sue ragioni solo nascondendosi dietro il ridicolo pretesto di non essere niente e, quindi di non potersi manifestare in atti e risultati.
Se essere ignorante significasse semplicemente avere la testa vuota, l’ignoranza non avrebbe poi effetti così deleteri, non sarebbe causa di tante ottusità e di tante prevaricazioni. Ogni lettura, ogni nuova conoscenza, potrebbe sì risultare effettivamente dannosa perché metterebbe in pericolo un ipotetico equilibrio naturale, la volontà istintiva, originale e dunque incontaminata e vera di ognuno di noi. Purtroppo l’ignorante ha la testa piena di idee inconsapevoli, di norme e principi mai verificati nella loro efficacia e nella loro origine. Ciò che lo rende pericolosamente inetto è proprio il suo pervicace rifiuto di rendersi conto dell’esistenza e degli effetti di abitudini mentali e di regolarità comportamentali il cui mutamento potrebbe produrre solo vantaggi.
venerdì 6 maggio 2011
LIBERTÀ E COSTRIZIONE
Libertà e costrizione 3
La libertà di essere ciò che si è e la libertà di diventare ciò che si potrebbe essere
“Io sono così, non so che farci” è una frase che lascia ben poco spazio di replica all’interlocutore e che può comparire solo sulle labbra di un partner che non ci ama più, o che, nella più ottimistica delle ipotesi, non ci ama ancora a sufficienza. Anche la frase “questo romanzo non mi piace” ha lo stesso potere di chiudere inesorabilmente ogni possibilità al libro di spiegarsi, di farsi capire e accettare. Di fronte a un simile atteggiamento è ovvio provare un senso di impotenza: la realtà, nelle sembianze del partner e del lettore, si presenta come data una volta per tutte e non c’è possibilità alcuna di intervenire per mutarla, per renderla più vicina al nostro ideale. Il partner e il lettore si rifiutano una volta per tutte di essere ciò che noi e il romanzo avevamo immaginato e sperato potessero essere. Hanno altre preferenze, altri desideri e a noi non rimane che cercare un altro partner e al romanzo un altro lettore.
In alternativa noi possiamo scegliere di essere ciò che non siamo, di volere ciò che non vogliamo, e tentare così di soddisfare il desiderio, forse più vero e profondo, di ricevere gratificazioni e lodi. I problemi connessi a tale scelta remissiva non sono, come si è erroneamente indotti a credere, di natura etica, non sono cioè connessi alla falsità del nostro comportamento. Perché dovremmo, infatti, porci il problema etico della mancata corrispondenza tra il nostro essere e il nostro apparire se il presunto comportamento inautentico soddisfa in realtà un’esigenza profondamente vera? Se per noi è più importante di qualsiasi altra soddisfazione il riconoscimento e il consenso degli altri, allora è pienamente legittima la sottomissione strategica alla volontà altrui.
Il problema è di altra natura, in particolare riguarda principalmente il nostro partner e solo secondariamente noi. Dovremmo infatti chiederci fino a che punto sia sviluppata la sua capacità di comprendersi e se nella sua autocomprensione non agiscono fattori assolutamente fuorvianti come, per esempio, l’illusione, la testardaggine e la volontà di prevaricazione. È allora inevitabile giungere alla conclusione che la sua decisione di rimanere fedele in ogni caso alla sua presunta identità, si basa su una certezza dal fondamento molto fragile. Lo stesso problema si presenta al lettore che decide inesorabilmente e una volta per tutte cosa gli piace. Quale autorità può fornirgli la garanzia che il suo gusto attuale è anche quello originale, quello valido definitivamente?
A ben guardare dunque la chiusura del partner e del lettore menzionati non si manifesta principalmente nei confronti dei loro interlocutori, ma nei confronti di se stessi. La loro incapacità di comunicare è strettamente connessa alla definitività nella scelta della loro identità e al rifiuto preventivo di altre, magari più interessanti, possibilità di essere e di gioire. Il loro errore consiste dunque nel decidere arbitrariamente, in un momento indefinito della loro esistenza, che quello che sono va bene così com’è e nell’escludere ogni ragione e ogni possibilità di mutamento. Danno insomma una risposta molto semplice e definitiva a una questione che invece meriterebbe una atteggiamento ben più problematico: viene prima la nostra identità o la si forma piano piano attraverso le vicende della nostra vita? Si sa già, fin dall’inizio, quali sono i nostri caratteri e le nostre preferenze e si agisce di conseguenza o si scopre ciò che siamo proprio nel momento in cui affrontiamo le cose della vita? Alla vecchia e ancora insoluta domanda, insomma, se sia nato prima l’uovo o la gallina, il partner e il lettore menzionati, osano dare una risposta certa e definitiva senza tuttavia poter fornire nel merito spiegazioni plausibili.
La libertà di essere ciò che si è e la libertà di diventare ciò che si potrebbe essere
“Io sono così, non so che farci” è una frase che lascia ben poco spazio di replica all’interlocutore e che può comparire solo sulle labbra di un partner che non ci ama più, o che, nella più ottimistica delle ipotesi, non ci ama ancora a sufficienza. Anche la frase “questo romanzo non mi piace” ha lo stesso potere di chiudere inesorabilmente ogni possibilità al libro di spiegarsi, di farsi capire e accettare. Di fronte a un simile atteggiamento è ovvio provare un senso di impotenza: la realtà, nelle sembianze del partner e del lettore, si presenta come data una volta per tutte e non c’è possibilità alcuna di intervenire per mutarla, per renderla più vicina al nostro ideale. Il partner e il lettore si rifiutano una volta per tutte di essere ciò che noi e il romanzo avevamo immaginato e sperato potessero essere. Hanno altre preferenze, altri desideri e a noi non rimane che cercare un altro partner e al romanzo un altro lettore.
In alternativa noi possiamo scegliere di essere ciò che non siamo, di volere ciò che non vogliamo, e tentare così di soddisfare il desiderio, forse più vero e profondo, di ricevere gratificazioni e lodi. I problemi connessi a tale scelta remissiva non sono, come si è erroneamente indotti a credere, di natura etica, non sono cioè connessi alla falsità del nostro comportamento. Perché dovremmo, infatti, porci il problema etico della mancata corrispondenza tra il nostro essere e il nostro apparire se il presunto comportamento inautentico soddisfa in realtà un’esigenza profondamente vera? Se per noi è più importante di qualsiasi altra soddisfazione il riconoscimento e il consenso degli altri, allora è pienamente legittima la sottomissione strategica alla volontà altrui.
Il problema è di altra natura, in particolare riguarda principalmente il nostro partner e solo secondariamente noi. Dovremmo infatti chiederci fino a che punto sia sviluppata la sua capacità di comprendersi e se nella sua autocomprensione non agiscono fattori assolutamente fuorvianti come, per esempio, l’illusione, la testardaggine e la volontà di prevaricazione. È allora inevitabile giungere alla conclusione che la sua decisione di rimanere fedele in ogni caso alla sua presunta identità, si basa su una certezza dal fondamento molto fragile. Lo stesso problema si presenta al lettore che decide inesorabilmente e una volta per tutte cosa gli piace. Quale autorità può fornirgli la garanzia che il suo gusto attuale è anche quello originale, quello valido definitivamente?
A ben guardare dunque la chiusura del partner e del lettore menzionati non si manifesta principalmente nei confronti dei loro interlocutori, ma nei confronti di se stessi. La loro incapacità di comunicare è strettamente connessa alla definitività nella scelta della loro identità e al rifiuto preventivo di altre, magari più interessanti, possibilità di essere e di gioire. Il loro errore consiste dunque nel decidere arbitrariamente, in un momento indefinito della loro esistenza, che quello che sono va bene così com’è e nell’escludere ogni ragione e ogni possibilità di mutamento. Danno insomma una risposta molto semplice e definitiva a una questione che invece meriterebbe una atteggiamento ben più problematico: viene prima la nostra identità o la si forma piano piano attraverso le vicende della nostra vita? Si sa già, fin dall’inizio, quali sono i nostri caratteri e le nostre preferenze e si agisce di conseguenza o si scopre ciò che siamo proprio nel momento in cui affrontiamo le cose della vita? Alla vecchia e ancora insoluta domanda, insomma, se sia nato prima l’uovo o la gallina, il partner e il lettore menzionati, osano dare una risposta certa e definitiva senza tuttavia poter fornire nel merito spiegazioni plausibili.
giovedì 21 aprile 2011
LIBERTÀ E COSTRIZIONE
Libertà e costrizione 1
La capacità di volere ciò che effettivamente si vuole
Un segnale che indica inequivocabilmente quando un amore finisce o deve ancora cominciare, è quando uno dei due partner ha la sensazione di dover fare delle cose solo perché le vuole l’altro, di essere, in altre parole, costretto a sottomettersi alla volontà altrui. Un film d’amore e uno d’azione, il pranzo domenicale dalla suocera e la scampagnata fuori città, la lampada a stelo e quella a parete, la trapunta e il piumino, rappresentano nella maggior parte dei casi il confine tra un amore in atto e un amore che è stato o, ben difficilmente, sarà di nuovo. Un dato assolutamente decisivo per la conferma del proprio status di innamorato è rappresentato, infatti, dall’inebriante sensazione di soddisfare pulsioni opposte: al piacere di fare esattamente le cose che si desiderano si aggiunge il piacere di soddisfare pienamente i desideri altrui. La volontà dell’uno diventa come per incantesimo anche la volontà dell’altro.
Il lettore che prova piacere della propria lettura vive una sensazione per molti aspetti simile all’ebbrezza dell’innamorato: la soddisfazione del piacere di leggere si accompagna al piacere di rispondere affermativamente all’esortazione a essere letto che tacitamente accompagna ogni libro. Un segnale chiarissimo che non si ha un buon rapporto col proprio libro è rappresentato dalla fatidica domanda “Ma chi me lo fa fare?”. Non a caso la stessa domanda può sorgere spontanea di fronte alle consuete insinuazione della suocera o alla solita melensa commedia sentimentale.
Normalmente, cioè quando non si è ancora o non si è più innamorati, si è molto attenti a non farsi sopraffare dagli altri e si considera spesso una giusta e opportuna conferma della propria identità la manifestazione della propria volontà e il tentativo di farla valere. Peccato che non si riservi altrettanta attenzione alla domanda se ciò che vogliamo corrisponda esattamente alla nostra volontà. Siamo così impegnati a volere qualcosa che ci dimentichiamo di verificare se siamo in grado di capire ciò che effettivamente vogliamo. Sfugge di frequente alla nostra attenzione il fatto che spesso, troppo spesso, si desidera qualcosa solo perché l’altro afferma di non volerlo. È evidente come i rischi di tale ottusità siano molteplici. Può per esempio accadere che l’altro capisca il giochetto e manifesti appositamente proprio il contrario della sua volontà per imporla subdolamente. Oppure l’altro si comporta esattamente come noi, vuole cioè qualcosa solo perché noi non la vogliamo, e così finisce che conduciamo innumerevoli battaglie per lui e contro di noi. In tal modo, quando ci capita di vincere, vince in realtà il desiderio recondito dell’altro. Al danno della sconfitta si aggiunge la beffa di averla pervicacemente voluta.
Libertà e costrizione 2
Cosa si vince quando si perde
I rischi che corriamo quando chiudiamo nauseati un libro giudicando autoritaria la sua pretesa di occuparci la mente con faccende che non ci riguardano, sono altrettanto subdoli e hanno effetti altrettanto deleteri sull’affermazione della nostra identità. Molte volte, certo non proprio in tutti i casi, sono i limiti della nostra capacità di riflettere sulla nostra vera volontà che ci inducono a chiudere dopo poche pagine un libro. In realtà il compiacimento per il gesto di ribellione ci rende ciechi sul fatto che le possibilità dischiuse dalla liberazione da un romanzo tanto voluminoso e impegnativo come La montagna incantata di Thomas Mann, non sono poi così numerose e allettanti. Un atteggiamento meno impulsivo, più disposto ad accogliere le proposte altrui, ci permetterebbe di capire se le cose che potremmo fare invece di leggere, siano veramente meno inutili e fastidiose. L’affermazione della nostra volontà nei confronti del libro è guidata spesso dal pregiudizio nei confronti dello scrittore tedesco che voglia tormentarci con temi filosofici di cui siamo completamente all’oscuro. Un pregiudizio altrettanto forte lo manifestiamo anche, con molta probabilità, concedendo scarsa fiducia nelle nostre abilità di concentrazione, di comprensione e di analisi. Spesso tendiamo giudicare la nostra mente ben più arrugginita, sorda e pigra di quello che, con lieve beneficio di inventario, in effetti è. Come molte volte potrebbe essere utile stare ad ascoltare e seguire il nostro partner per sperimentare se effettivamente ciò che intende va contro il nostro volere, allo stesso modo è altrettanto utile rinunciare alla propria libertà e mettersi in paziente e remissivo ascolto del romanzo anche se questo ci richiede un impegno estraneo alla nostra presunta volontà. Così si possono lentamente scoprire propensioni, ispirazioni e desideri altrimenti soffocati dalla nostra maniacale propensione a ritenere che le predilezioni altrui siano in perenne conflitto con la nostre. Non è detto, per esempio, che Naphta e Settembrini abbiano interesse solo per Mann. Tutto il tempo, l’energia e la passione che ha impiegato a scrivere il romanzo dovrebbero costituire almeno uno stimolo alla nostra curiosità: possibile che una persona di notevole intelligenza, come presumibilmente era il grande scrittore tedesco, non abbia narrato di personaggi e di eventi che possano interessare e coinvolgere anche noi? È chiaro che poi, a un certo punto, occorre prendersi la responsabilità e la libertà di una decisione: non si può continuare all’infinito a leggere un romanzo di cui non si capisce niente. D’altronde passare tutte le domeniche dalla suocera o andare sempre al cinema per tormentarsi con filmetti sdolcinati solo per assecondare desideri altrui, sarebbe altrettanto insensato. Tuttavia è facilmente comprensibile come la propria libertà di scelta, l’affermazione, in altre parole, della propria individuale autonomia, abbia tutta un’altra qualità se essa è il risultato di una seria riflessione sulle proprie vere intenzioni e sui propri desideri più profondi. Solo dopo un confronto approfondito con i desideri e le intenzioni altrui si può sostenere plausibilmente di volere ciò che effettivamente si vuole. Per di più una cieca, istintiva e assoluta opposizione ad ogni pretesa, ad ogni prepotenza altrui, ci preclude la libertà di godere di aspetti per noi gradevoli che talvolta accompagnano accidentalmente le scelte altrui. Così potremmo, per esempio, chiederci se valga veramente la pena di rinunciare definitivamente alle lasagne della suocera o al sorriso di Julia Roberts e se, dunque, non possa rivelarsi utile pensare a strategie in grado di neutralizzare gli effetti deleteri della sottomissione all’arbitrio del nostro partner. La rinuncia temporanea alla propria libertà può rivelarsi molto utile se tale rinuncia sviluppa l’abilità e l’astuzia di ottenere il meglio dalla vita anche nelle situazioni meno favorevoli.
La capacità di volere ciò che effettivamente si vuole
Un segnale che indica inequivocabilmente quando un amore finisce o deve ancora cominciare, è quando uno dei due partner ha la sensazione di dover fare delle cose solo perché le vuole l’altro, di essere, in altre parole, costretto a sottomettersi alla volontà altrui. Un film d’amore e uno d’azione, il pranzo domenicale dalla suocera e la scampagnata fuori città, la lampada a stelo e quella a parete, la trapunta e il piumino, rappresentano nella maggior parte dei casi il confine tra un amore in atto e un amore che è stato o, ben difficilmente, sarà di nuovo. Un dato assolutamente decisivo per la conferma del proprio status di innamorato è rappresentato, infatti, dall’inebriante sensazione di soddisfare pulsioni opposte: al piacere di fare esattamente le cose che si desiderano si aggiunge il piacere di soddisfare pienamente i desideri altrui. La volontà dell’uno diventa come per incantesimo anche la volontà dell’altro.
Il lettore che prova piacere della propria lettura vive una sensazione per molti aspetti simile all’ebbrezza dell’innamorato: la soddisfazione del piacere di leggere si accompagna al piacere di rispondere affermativamente all’esortazione a essere letto che tacitamente accompagna ogni libro. Un segnale chiarissimo che non si ha un buon rapporto col proprio libro è rappresentato dalla fatidica domanda “Ma chi me lo fa fare?”. Non a caso la stessa domanda può sorgere spontanea di fronte alle consuete insinuazione della suocera o alla solita melensa commedia sentimentale.
Normalmente, cioè quando non si è ancora o non si è più innamorati, si è molto attenti a non farsi sopraffare dagli altri e si considera spesso una giusta e opportuna conferma della propria identità la manifestazione della propria volontà e il tentativo di farla valere. Peccato che non si riservi altrettanta attenzione alla domanda se ciò che vogliamo corrisponda esattamente alla nostra volontà. Siamo così impegnati a volere qualcosa che ci dimentichiamo di verificare se siamo in grado di capire ciò che effettivamente vogliamo. Sfugge di frequente alla nostra attenzione il fatto che spesso, troppo spesso, si desidera qualcosa solo perché l’altro afferma di non volerlo. È evidente come i rischi di tale ottusità siano molteplici. Può per esempio accadere che l’altro capisca il giochetto e manifesti appositamente proprio il contrario della sua volontà per imporla subdolamente. Oppure l’altro si comporta esattamente come noi, vuole cioè qualcosa solo perché noi non la vogliamo, e così finisce che conduciamo innumerevoli battaglie per lui e contro di noi. In tal modo, quando ci capita di vincere, vince in realtà il desiderio recondito dell’altro. Al danno della sconfitta si aggiunge la beffa di averla pervicacemente voluta.
Libertà e costrizione 2
Cosa si vince quando si perde
I rischi che corriamo quando chiudiamo nauseati un libro giudicando autoritaria la sua pretesa di occuparci la mente con faccende che non ci riguardano, sono altrettanto subdoli e hanno effetti altrettanto deleteri sull’affermazione della nostra identità. Molte volte, certo non proprio in tutti i casi, sono i limiti della nostra capacità di riflettere sulla nostra vera volontà che ci inducono a chiudere dopo poche pagine un libro. In realtà il compiacimento per il gesto di ribellione ci rende ciechi sul fatto che le possibilità dischiuse dalla liberazione da un romanzo tanto voluminoso e impegnativo come La montagna incantata di Thomas Mann, non sono poi così numerose e allettanti. Un atteggiamento meno impulsivo, più disposto ad accogliere le proposte altrui, ci permetterebbe di capire se le cose che potremmo fare invece di leggere, siano veramente meno inutili e fastidiose. L’affermazione della nostra volontà nei confronti del libro è guidata spesso dal pregiudizio nei confronti dello scrittore tedesco che voglia tormentarci con temi filosofici di cui siamo completamente all’oscuro. Un pregiudizio altrettanto forte lo manifestiamo anche, con molta probabilità, concedendo scarsa fiducia nelle nostre abilità di concentrazione, di comprensione e di analisi. Spesso tendiamo giudicare la nostra mente ben più arrugginita, sorda e pigra di quello che, con lieve beneficio di inventario, in effetti è. Come molte volte potrebbe essere utile stare ad ascoltare e seguire il nostro partner per sperimentare se effettivamente ciò che intende va contro il nostro volere, allo stesso modo è altrettanto utile rinunciare alla propria libertà e mettersi in paziente e remissivo ascolto del romanzo anche se questo ci richiede un impegno estraneo alla nostra presunta volontà. Così si possono lentamente scoprire propensioni, ispirazioni e desideri altrimenti soffocati dalla nostra maniacale propensione a ritenere che le predilezioni altrui siano in perenne conflitto con la nostre. Non è detto, per esempio, che Naphta e Settembrini abbiano interesse solo per Mann. Tutto il tempo, l’energia e la passione che ha impiegato a scrivere il romanzo dovrebbero costituire almeno uno stimolo alla nostra curiosità: possibile che una persona di notevole intelligenza, come presumibilmente era il grande scrittore tedesco, non abbia narrato di personaggi e di eventi che possano interessare e coinvolgere anche noi? È chiaro che poi, a un certo punto, occorre prendersi la responsabilità e la libertà di una decisione: non si può continuare all’infinito a leggere un romanzo di cui non si capisce niente. D’altronde passare tutte le domeniche dalla suocera o andare sempre al cinema per tormentarsi con filmetti sdolcinati solo per assecondare desideri altrui, sarebbe altrettanto insensato. Tuttavia è facilmente comprensibile come la propria libertà di scelta, l’affermazione, in altre parole, della propria individuale autonomia, abbia tutta un’altra qualità se essa è il risultato di una seria riflessione sulle proprie vere intenzioni e sui propri desideri più profondi. Solo dopo un confronto approfondito con i desideri e le intenzioni altrui si può sostenere plausibilmente di volere ciò che effettivamente si vuole. Per di più una cieca, istintiva e assoluta opposizione ad ogni pretesa, ad ogni prepotenza altrui, ci preclude la libertà di godere di aspetti per noi gradevoli che talvolta accompagnano accidentalmente le scelte altrui. Così potremmo, per esempio, chiederci se valga veramente la pena di rinunciare definitivamente alle lasagne della suocera o al sorriso di Julia Roberts e se, dunque, non possa rivelarsi utile pensare a strategie in grado di neutralizzare gli effetti deleteri della sottomissione all’arbitrio del nostro partner. La rinuncia temporanea alla propria libertà può rivelarsi molto utile se tale rinuncia sviluppa l’abilità e l’astuzia di ottenere il meglio dalla vita anche nelle situazioni meno favorevoli.
mercoledì 13 aprile 2011
IL PIACERE E LA SOFFERENZA II
Come prende forma il desiderio
Si può allora ritenere che l’amore e la letteratura possono dispiegare pienamente i loro benevoli effetti solo se ci danno il piacere di colmare un vuoto, se permettono di avvicinare ciò che si percepiva come distante, se portano armonia dove si avvertiva discordia. Proprio in questo punto si annidano le insidie, le difficoltà e i paradossi, dunque le fatiche e le sofferenze dell’amore e della letteratura. L’accesso alle loro gioie non esclude, anzi di frequente esige, esperienze faticose e dolorose. Come si potrebbe, del resto, vivere l’inebriante esperienza dell’armonizzazione, della compenetrazione, di entità e realtà diverse, se in precedenza non se ne è dolorosamente percepita la dissonanza e la distanza? Conquistare ciò che manca richiede forza di volontà, costa fatica. Il problema, è ovvio, non si pone (o meglio, si pone in altri termini) se non si riesce a prefigurare in nessun modo l’assenza, quando, insomma, si è così soddisfatti di sé e della propria vita da non avvertire alcun desiderio. In tal caso, però, come è facile intuire, l’assenza di desiderio non è che una delle forme più radicali e più assolute di infelicità. Non a caso proprio la letteratura, sia che si occupi della noia degli dei o della malinconia dei conquistatori, offre le testimonianze più convincenti della labilità e provvisorietà di ogni di conquista. Il problema allora in questo caso è come risvegliare un desiderio, come riportarlo in vita affinché ci faccia riconoscere una gioia da conquistare.
Il segreto per sconfiggere la noia e malinconia o, il loro contrario, la frustrazione di un desiderio irrealizzabile, è l’accettare come perennemente provvisoria la propria situazione di felicità o infelicità e di accogliere come una benedizione la necessità di cambiarla. Il vero piacere si genera infatti nel momento del passaggio da uno stato all’altro: è il breve e fugace attimo in cui assenza e presenza si sovrappongono e si confrontano a trasmettere l’ebbra sensazione di portare finalmente a compimento una propria aspirazione. Una volta che il confronto non è più possibile, una volta dimenticato il desiderio, scompaiono anche la consapevolezza e la gioia di averlo realizzato.
Chi non rischia...
L’amore, così come la letteratura, costringono continuamente alla sforzo di mutare a propria situazione, a passare dal desiderio alla sua realizzazione e dalla sua realizzazione alla ricerca di un nuovo desiderio. L’immobilità, la ripetizione e la prevedibilità sono i loro principali nemici. Chi è inebriato dalla scia di profumo che la bella vicina lascia le sulle scale ad ogni suo passaggio, non farà fatica a immaginare ciò che gli manca per essere felice. Difficile, difficoltoso e pieno di rischi è capire cosa poter fare per passare dall’appetito all’appagamento, per colmare lo scarto tra immaginazione e realtà. E’ il passaggio a quell’azione che dovrebbe avere effetti positivi sulla propria esistenza il punto dolente. Occorre, per esempio, vincere la propria timidezza, affrontare l’imprevedibilità della sua reazione, correre il rischio di rivelarsi assolutamente inadeguato e di andare incontro ad un doloroso smacco. In questo sforzo e in questo rischio si annidano la fatica e la sofferenza del piacere. Sarebbe molto più comodo continuare semplicemente a bearsi delle proprie aspirazioni e non fare alcuno sforzo per portarle a realizzazione. Sarebbe per certi versi consolatorio compiangersi e ripetersi stancamente ogni volta come sarebbe bello, avendone le capacità, invitarla in casa e offrirle il Martini bianco che, tanto, troppo tempo fa, si era comprato con questo unico scopo.
Non è meno impegnativo lo sforzo che richiede la letteratura e il piacere di leggere. Quante volte si può aver avuto la vaga sensazione di quanta gioia potrebbe riservare l’immergersi con anima e corpo nel mondo dantesco e goethiano! Quante volte si è osservato con un senso di penosa impotenza sul proprio scaffale La montagna incantata e l’Ulisse pensando che forse chissà un giorno si sarebbe trovato il tempo, la costanza e la capacità di affrontarne la lettura! Quante volte di fronte agli incomprensibili e confusi monologhi del romanzo di Joyce o alle elucubrazione pseudo-flosofiche del romanzo di Mann, viene la tentazione di arrendersi, di considerarsi totalmente inadeguato e di tornare alla proprie misere gioie conosciute! Piano piano passa anche la voglia di fuggire nella fantasia, di vivificare cioè nella propria mente ciò che la realtà ci preclude. Così la vicina continua a scomparire nella sua Y 10, il romanzo di Joyce ad accumulare polvere, e noi impariamo a considerare sempre più vana e dolorosa qualsiasi forma di desiderio.
Si può allora ritenere che l’amore e la letteratura possono dispiegare pienamente i loro benevoli effetti solo se ci danno il piacere di colmare un vuoto, se permettono di avvicinare ciò che si percepiva come distante, se portano armonia dove si avvertiva discordia. Proprio in questo punto si annidano le insidie, le difficoltà e i paradossi, dunque le fatiche e le sofferenze dell’amore e della letteratura. L’accesso alle loro gioie non esclude, anzi di frequente esige, esperienze faticose e dolorose. Come si potrebbe, del resto, vivere l’inebriante esperienza dell’armonizzazione, della compenetrazione, di entità e realtà diverse, se in precedenza non se ne è dolorosamente percepita la dissonanza e la distanza? Conquistare ciò che manca richiede forza di volontà, costa fatica. Il problema, è ovvio, non si pone (o meglio, si pone in altri termini) se non si riesce a prefigurare in nessun modo l’assenza, quando, insomma, si è così soddisfatti di sé e della propria vita da non avvertire alcun desiderio. In tal caso, però, come è facile intuire, l’assenza di desiderio non è che una delle forme più radicali e più assolute di infelicità. Non a caso proprio la letteratura, sia che si occupi della noia degli dei o della malinconia dei conquistatori, offre le testimonianze più convincenti della labilità e provvisorietà di ogni di conquista. Il problema allora in questo caso è come risvegliare un desiderio, come riportarlo in vita affinché ci faccia riconoscere una gioia da conquistare.
Il segreto per sconfiggere la noia e malinconia o, il loro contrario, la frustrazione di un desiderio irrealizzabile, è l’accettare come perennemente provvisoria la propria situazione di felicità o infelicità e di accogliere come una benedizione la necessità di cambiarla. Il vero piacere si genera infatti nel momento del passaggio da uno stato all’altro: è il breve e fugace attimo in cui assenza e presenza si sovrappongono e si confrontano a trasmettere l’ebbra sensazione di portare finalmente a compimento una propria aspirazione. Una volta che il confronto non è più possibile, una volta dimenticato il desiderio, scompaiono anche la consapevolezza e la gioia di averlo realizzato.
Chi non rischia...
L’amore, così come la letteratura, costringono continuamente alla sforzo di mutare a propria situazione, a passare dal desiderio alla sua realizzazione e dalla sua realizzazione alla ricerca di un nuovo desiderio. L’immobilità, la ripetizione e la prevedibilità sono i loro principali nemici. Chi è inebriato dalla scia di profumo che la bella vicina lascia le sulle scale ad ogni suo passaggio, non farà fatica a immaginare ciò che gli manca per essere felice. Difficile, difficoltoso e pieno di rischi è capire cosa poter fare per passare dall’appetito all’appagamento, per colmare lo scarto tra immaginazione e realtà. E’ il passaggio a quell’azione che dovrebbe avere effetti positivi sulla propria esistenza il punto dolente. Occorre, per esempio, vincere la propria timidezza, affrontare l’imprevedibilità della sua reazione, correre il rischio di rivelarsi assolutamente inadeguato e di andare incontro ad un doloroso smacco. In questo sforzo e in questo rischio si annidano la fatica e la sofferenza del piacere. Sarebbe molto più comodo continuare semplicemente a bearsi delle proprie aspirazioni e non fare alcuno sforzo per portarle a realizzazione. Sarebbe per certi versi consolatorio compiangersi e ripetersi stancamente ogni volta come sarebbe bello, avendone le capacità, invitarla in casa e offrirle il Martini bianco che, tanto, troppo tempo fa, si era comprato con questo unico scopo.
Non è meno impegnativo lo sforzo che richiede la letteratura e il piacere di leggere. Quante volte si può aver avuto la vaga sensazione di quanta gioia potrebbe riservare l’immergersi con anima e corpo nel mondo dantesco e goethiano! Quante volte si è osservato con un senso di penosa impotenza sul proprio scaffale La montagna incantata e l’Ulisse pensando che forse chissà un giorno si sarebbe trovato il tempo, la costanza e la capacità di affrontarne la lettura! Quante volte di fronte agli incomprensibili e confusi monologhi del romanzo di Joyce o alle elucubrazione pseudo-flosofiche del romanzo di Mann, viene la tentazione di arrendersi, di considerarsi totalmente inadeguato e di tornare alla proprie misere gioie conosciute! Piano piano passa anche la voglia di fuggire nella fantasia, di vivificare cioè nella propria mente ciò che la realtà ci preclude. Così la vicina continua a scomparire nella sua Y 10, il romanzo di Joyce ad accumulare polvere, e noi impariamo a considerare sempre più vana e dolorosa qualsiasi forma di desiderio.
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